CHEZ NU’ A FERRARA: AUTO RECENSIONE CRITICA.

By 19 Novembre 2018Locali

Le settimane passano come belle ragazze a bancone, il clima si irrigidisce come un barista quando gli chiedono un Negroni leggero e io non scrivo un c### da troppo tempo.

Motivo?

Il più classico dei classici: scrivere di alcool è una cosa bella e buona, ma non porta il pane a casa, ergo: ho iniziato a lavorare come quasi il 60% degli italiani.

Quindi niente più treni, niente più locali strani, niente più marchettate per prodotti alcolici. Fino ad adesso!

Infatti farò una cosa non molto deontologica: MI AUTORECENSISCO.

E non sarò obiettivo, sapevatelo.

Tutto nasce una mattina di maggio in cui ricevo una chiamata da uno dei ristoranti di pesce più quotati della mia città: Le Nuvole.

I proprietari delle Nuvole in una posa molto naturale

Ciao Amedeo, ti chiamiamo perché tutti dicono che sei bellissimo, bravissimo, simpaticissimo ecc.ecc. Stiamo pensando di aprire una nuova attività in centro, in cui faremo da mangiare ma anche da bere, ti va di occuparti del bar? Hai carta bianca.”

Forse la telefonata non è andata esattamente così, ma nella mia testa l’ho elaborata in questa maniera.

Ovviamente mi ci sono fiondato a capofitto, avere la possibilità di fare quello che mi pareva dietro ad un bancone non mi era mai capitata. Drink creati da me, bottigliera in base ai miei gusti e menù strambo erano nei sogni da parecchio.

Ed è così che verso metà ottobre, dopo mesi di travagli vari, è stato aperto Chez Nù, in via Adelardi, Ferrara.

Prima precisazione: Chez Nù si pronuncia Scié Nu, non Kez nu e nemmeno Scemù.

Seconda precisazione: in francese sarebbe Chez Nous (da noi), ma Chez Nù(vole) era più figo.

Terza precisazione: non esiste.

Il locale è piccolino, ben illuminato e con un personale giovine e preparato.

La cucina è semplice ma efficace: pesce, carne e pasta fatta in casa.

In sala invece potete ammirare l’elegante corsa ad ostacoli della Regina, direttrice di sala e atleta di CrossFit.

Dietro al bancone, invece, il più bravo barman di tutti i tempi: io.

Ve l’avevo detto che non sarei stato obiettivo.

Parliamo di alcool che è meglio.

Il menù dei drink è schietto fin da subito: per aperitivo ho buttato giù un americano con la birra, e dopo aver pensato a mille nomi altisonanti da attribuirgli ho pensato che alla fine era solo un americano con la birra, quindi l’ho chiamato “Americano con la birra”. Non fa una piega.

Le illiustrazioni del menù le ha create Daniela Pareschi, una delle migliori nel campo! Non ci facciamo mancare nulla veh!

Modalità: si mischiano vermut, campari, un bitter piccantino e una generosa dose di Icnusa (non ho ancora IPA, APA, HIPHIPURRA’ ecc) dentro ad uno shaker e si effettua un throwing strappamutande. Complicatissimo.

Poi tra un giro e l’altro sui siti di settore mi sono imbattuto in una ricetta ispiratrice: un twist su un Negroni niente male.

Miele al tartufo, Barolo chinato, Campari e Mezcal.

Una bomba di sapori che non lascia scampo. Nemmeno a me che per prepararlo ci metto un quarto d’ora buono. Maledizione.

Anche questo drink non sapevo come chiamarlo sul menù, però alla luce degli ingredienti utilizzati ho pensato bene di dargli l’appellativo di “Negroni che costa tanto” (9 euro).

Nella mia testa pensavo di dissuadere i clienti dal chiederlo, invece ho provocato l’effetto opposto. W il marketing faidate.

All’inizio della avventura da Chez Nù mi sono imbattuto nel primo paletto datomi dalla Elisabetta (la capa dei capi): “io quel drink disgustoso chiamato Hugo, non lo voglio vedere”.

Conoscendo i miei polli però sapevo che quel miscuglio osceno di sciroppo di sambuco, vino e acqua in qualche modo dovevo proporlo. Ed è così che è nato “Tentativo di dare dignità al drink Hugo”.

In uno shaker si mettono qualche foglia di menta, una leggera dose di gin, un goccino di St. Germain e di Italicus, un mezzo lime spremuto e si sconquassa il tutto. Doppia filtrazione in una coppetta presa in prestito dal servizio buono della nonna e “fill” di prosecco.

Infine, una spruzzatina di profumo al bergamotto che riprende l’Italicus all’interno.

A me non fa impazzire nemmeno così, ma pure questo va via come le richieste del reddito di cittadinanza.

Passiamo poi a uno dei miei cavalli di battaglia che ficco in ogni menù che riesco a fare: il RumBallion.

Rumballion, come è scritto sul menù, in gergo piratesco voleva dire trambusto / rivoluzione…non c’entra nulla con il cocktail ma era molto figo scriverlo.

Questo è tipo un Daiquiri, quindi lime, zucchero, rum agricolo, un goccino di mezcal che ci sta sempre bene e basilico.

Veloce, facile, indolore. Da berne dei secchi.

Ultimo drink di cui scrivo (poi ce ne sono altri eh, però diventerebbe un po’ lunghina la questione) è il No shirt No shoes No problem.

Motto di vita di uno dei miei più cari amici, ho subito pensato ad un drink fresco, dolce e beverino.

Cachaca, lime, pompelmo, sciroppo di fave di tonka e ginger ale. In cima una foresta di menta ed una abbondante dose di Angostura (in un mese ho finito 4 bottigliette, credo di avere un problema).

Infine, se siete indecisi su cosa ordinare per dissetare il vostro canale laringico, abbiamo messo un generico “fa ti belo”, che in gergo dialettale vuol dire più o meno “mi metto nelle tue mani e prego”.

Se mi state simpatici vi chiedo le solite cose tipo “lo vuoi più agrumato, fruttato, secco, amaro ecc”, in caso contrario vi porto un Martini cocktail secco bresco e buonanotte. Diplomatico.

Ovviamente i drink sono tutti squisiti, preparati alla perfezione e non viene sbagliata mezza dose.

Io mentre non sbaglio nulla.

Vi aspetto a bancone ragazzi!

Cheers!

AA

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