Cocktail Americano, ComeQuando&Perché.

By 1 Aprile 2017Cocktail

 

Miscela semplice ed immediata, capace di generare una tavolozza di sapori e di percezioni ineguagliabili, grazie all’utilizzo di due prodotti peculiarmente italici: il vermut torinese e il Campari milanese. Questo è L’AMEricano.  Cocktail che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita, fidatevi.

Possiamo sostenere tranquillamente che fino a qualche anno fa questo drink venisse un pelo bistrattato: mi ci metto in mezzo pure io che ne facevo pochi, e particolarmente  male.

Tonica amara al posto della soda, poco ghiaccio, beveroni da 3 litri che potevo mandare a dormire anche Mike Tyson e compagnia cantante.

Grazie al cielo la musica è cambiata, ed ora l’Americano viene trattato come deve, da vera star del bancone.

Questo anche grazie al geniale reparto marketing dell’emerita ditta Campari (Dio li abbia in gloria!)che tutti noi bevitori dovremmo ringraziare per aver riportato in auge non solo gli americani/negroni/boulevardier e gli altri drink contenenti il buon bitter milanese, ma anche per organizzare ogni anno competizioni tra colleghi che sono super fighe. GRAZIE MAMMA CAMPARI, GRAZIE DI CUORE. (E anche per oggi… marchetta ✓)

 

cocktail americano

Questa è una bottiglia di Campari creata per essere esportata negli USA nel periodo del proibizionismo. Infatti la dicitura “Medicinal Purposes” consentiva l’ingresso al bitter nostrano in territorio statunistense. Nei momenti di difficoltà noi italiani aiutiamo sempre volentieri.

 

Americano: Storia di un mito

Le storie e le curiosità che si celano dietro la nascita di questo drink sono tutte affascinanti e meravigliose. Alcune sono tirate un po’ per le orecchie, altre molto più credibili.

Tutto ruota infatti intorno al particolare motivo per cui la combinazione bitter+vermut+soda si debba proprio chiamare Americano. Perché non, che ne so, “Inglese”? Oppure, “Cipriota”? Roba tipo: “Buonasera scusi vorrei ordinare un Finlandese, grazie”.

Invece proprio “Americano”. Voci di corridoio abbastanza strampalate sostengono a riguardo che il nome sia una sorta di glorificazione di quella montagna d’omo che rispondeva al nome di Primo Carnera, grande pugile italiano vissuto agli inizi del secolo scorso.

 

cocktail americano

Un piccolo Primo Carnera che si fa immortalare dal fotografo. Notare come doveva ancora iniziare palestra.

 

La suddetta montagna vinse un prestigioso titolo (non so quale, non me ne intendo molto di boxe, scusate) in terra U.S.A. e per questo motivo la dilagante ed impetuosa fantasia popolare Anni ’30 gli affibbiò il soprannome di “americano”.

Un motivo con delle basi più realistiche vuole invece che l’Americano si chiami così perché si rifà al modo di bere “all’americana”, ossia miscelando due o più prodotti insieme.

Breve analisi storica: nel nostro Bel Paese non abbiamo dovuto arrovellarci il Gulliver più di tanto per bere bene.

Ci giravamo da una parte e avevamo distese di vitigni infiniti, ci giravamo dall’altra e distillavamo grappe, grappette e liquori squisiti, per non parlare appunto dell’emblema piemontese: lo squisito vermut da bere solo con una sottile scorzetta di limone.

Provate a pensare a quei poveri statunitensi invece: km e km di nulla, un sole accecante da una parte e gelo siderale dall’altra,mais e grano ovunque, e principalmente, parliamoci chiaro, non hanno una idea del come si faccia da mangiare, figuriamoci del distillare.

Però esiste un gigantesco però: l’enorme sete che avevano i ragazzotti oltre oceano li ha portati a combinare, creare, unire ed inventare nuove ricette, utilizzando in un primo periodo i distillati e i liquori portati dalla Francia e dalla Spagna, e dopo l’avvento di un simpatico insetto, a crearne di propri (bourbon su tutti).

In questa maniera hanno dato inizio al meraviglioso mondo della MIXOLOGY. TAATAAAAAAN

Tutta sta menata infinita per spiegare che se vi foste trovati nell’Italia di fine ottocento ad ordinare vermut con bitter e soda insieme, vi sareste sicuramente imbattuti in un vecchietto con il suo orologio a taschino, barba lunga e tuba che vi avrebbe guardato esclamando toh, guarda sto ragazzotto che beve all’americana!”.

Più o meno penso sia andata così. Se avete delle opinioni a riguardo, e volete farmele sapere, seguite la procedura riportata qui sotto

cocktail americano.

L’Americano ha fatto la fortuna dei produttori di vermut e di bitter, facendo scoprire il perfetto connubio tra questi due prodotti. Se stasera provate ad aumentare la quantità di uno rispetto all’altro, risulterà comunque buono.

L’unico modo per sbagliare è trattarli male: vi prego e vi scongiuro, il vermut non va shakerato, a parte rarissssssssimi casi.

Allo stesso modo nella preparazione di un buon Americano, è vietatissimo eseguire il throwing, tecnica di miscelazione a cui verrà dedicato un paragrafo speciale nelle prossime settimane, se mi va.

Questo per il semplice motivo per cui oltre alla combinazione bitter+vermut abbiamo anche quella splendida invenzione che è la soda.

Allungando il drink con le tecniche sopracitate renderebbe annacquata la faccenda: la gente si irriterebbe molto, non vorrebbe più pagare quella schifezza, il capo si arrabbierebbe tanto con voi, vi licenzierebbe, voi vi trovereste sul lastrico con una famiglia da mantenere, arriverebbero gli alieni per conquistare la terra, ci sarebbe un’invasione di cavallette e il vostro pesciolino rosso morirebbe.

Non so se sono stato chiaro insomma: non throwshakerate gli americani, per favore.

Visto che faccio tanto il fenomeno, mi prendo le mie responsabilità e vi dico come lo faccio io.

Americano: la mia ricetta

-Bicchiere bello freddo, taac.

-Ghiaccio dentro, taaac.

-Un po’ di vermut  taaac.

-Un altro po’ di bitter Campari, taaac.

-Aggiungo la soda, taaac.

-Prendo il barspoon e giro, taaac.

-Scorza di limone sopra e sul bordo (cercate con un coltello di dare dignità a quella povera scorzetta, non vi ha fatto nulla, vi vuole bene), taaac.

-Fetta d’arancia e taaaac.

Complicato vero? Beh vi ricordo cosa ho scritto all’inizio dell’articolo e su come li facevo qualche anno fa, quindi, shame on me.

 

cocktail americano

Questo è l’americano che avevo progettato io: Campari infuso rosmarino e zenzero, Carpano antica formula, un altra roba che non ricordo e un velluto alla cannella. Mi hanno comunicato che era troppo buono e che quindi non potevo partecipare. Vabbè succede.

 

 

Per concludere, perché ho il timore di annoiarvi, questo drink squisito presta il fianco a duemiliarderrimissimi forme di twist (trad. modifiche).

Basterebbe anche solo dare un’occhiata ai drink che hanno partecipato in questi anni alla celeberrima Campari Competition, per poi svenire.

Campari infuso con le botaniche più esotiche del pianeta, velluti di ogni sostanza e colore, ricette di vermut recuperati dal nonno alcolizzato, bicchieri creati scavando dentro a rocce laviche e via dicendo.

Il consiglio che do, è sempre pensare alle componenti e non strafare con ottomila ingredienti che poi non se ne sente manco mezzo.

Il Campari può essere infuso con un sacco di prodotti, senza andare in Nepal a cercare le bacche “espulse” da una capra anoressica, si può comodamente andare dal droghiere (ve lo ricordate? Credo si siano evoluti negli odierni pakistani) e guardarsi attorno.

La soda, l’elemento frizz del drink, può essere rimpiazzato con un altro elemento frizz!! Incredibile vero?? Siate più fantasiosi di chi affibbiava i nomi ai pugili negli Anni ’30!!

Sul vermut il discorso è infinito. Senza scherzi, vorrei dedicarvi una bella pagina, per adesso mi limito a suggerirvi che esiste un mondo parallelo pieno zeppo di questi prodotti, non fermatevi allo squisito Carpano, o facendo i fighi disdegnando il Martini tirando fuori la storiella che non è più un vermut e blablablablablabla.

Cercate le particolarità, le novità, le tipicità che sempre più bar cercano di offrire, andando a confrontare e paragonare le note secche con quelle dolci, quelle più amaricanti con quelle più profumate, tentando di dipingere quella meravigliosa tavolozza di sapori e di percezioni di cui scrivevo ad inizio articolo.

Ok se sei arrivato fino qui a leggere, ti stimo.

A me è venuta una gran sete, aspetto l’orario canonico e mi vado a sparare un bell’Americano. W gli Stati Uniti, W l’Italia, W l’Americano.

Cheers,

AA (mi hanno fatto notare che AA non è alcolisti anonimi ma solo il mio nome e cognome 🙂 )

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