Lettera al Bancone. By Luigi Gigio Stocco

By 7 Aprile 2020Eventi

Questa quarantena sta provocando una raffica di sensazioni contrastanti.

Chi si mette a piangere guardando la D’Urso fare una preghiera, chi ha iniziato a parlare con il proprio forno, chi si fa dei video imbarazzanti e li pubblica su youtube (sì, sono io, ho aperto un canale che potete vedere QUI).

Ma c’è anche chi è nostalgico, chi si sveglia alla mattina pensando solo alla cosa che gli manca di più.

E no, non si sta parlando di abbracci o fare una corsetta al sole, ma del nostro amato bancone bar.

Una di quelle persone è Luigi Stocco, uno dei miei migliori amici nonché bartender eccezionale.

Gigio (nessuno credo lo abbia mia chiamato Luigi, manco sua madre) ha buttato giù queste due righe prendendo spunto da un’altra delle sue grandi passioni: il basket.

Le similitudini le capirete da soli senza che vi spoileri nulla.

Buona lettura e preparate i fazzoletti.

Il Gigio.

Prendendo spunto dall’articolo di Paolino (sempre perché è alto due metri e io gli arrivo più o meno alla base dello sterno) scrivo una lettera all’amico di molte serate, anzi quasi tutte: il bancone del bar.

Nel mondo dei tatuaggi un disegno estremamente controverso è quello della ragnatela tatuata sul gomito.

Perché controverso? Perché non tutti sono a conoscenza del significato, ossia la disoccupazione e talvolta il disprezzo del lavoro (a causa delle condizioni, dei salari e via dicendo).

La connessione fra il disegno e la motivazione è presto detta: le persone che non lavoravano (o scioperavano) stavano costantemente sedute al bancone del bar e poggiavano i gomiti sull’asse di legno (granito, acciao) sul quale avrebbero potuto nascere addirittura delle ragnatele.

Perché questo lungo preambolo? Perché quella posizione è iconica e in questo momento storico è il simbolo della quarantena, dell’isolamento sociale e della mancanza di libertà.

Non voglio fare della retorica o della filosofia, ci sono persone ben più adatte a farlo; io faccio dei Gin Tonic non dei comizi.

Quindi ripartiamo da dove eravamo partiti qualche riga più in alto.

 Caro bancone

Mi manchi da morire, mi manca entrare in un bar e guardare subito se c’è il mio posto preferito.

A volte, prima ancora di salutare i baristi (che poi sono colleghi e amici), guardo se il mio micro-cosmo che ha come architetture uno sgabello e un ripiano è libero.

Quando non succede, la serata inizia in un modo che mi innervosisce un po’.

Io voglio il mio posto, voglio il mio angolo di bancone.

Ti dico questo perché a volte ti ho dato per scontato, ho preferito una seduta più comoda oppure l’aria aperta o addirittura stare in piedi.

Non l’ho fatto perché avevamo litigato o perché mi fossi stancato di te ma solo perché a volte si prova a guardare le situazioni da un punto di vista diverso.

Cambiare ottica è sempre utile perché spesso ci rendiamo conto di sbagliare, ci accorgiamo di percorrere una strada sbagliata o semplicemente prendiamo coscienza che esistono delle alternative a quello che abbiamo sempre fatto.

Bancone del Surfer’s Den, Milano

In questo preciso periodo storico però mi sento come un amante abbandonato. Andava tutto benissimo e, fra alti e bassi, ci siamo sempre ritrovati. Io sapevo che c’eri e che mi avresti confortato in ogni situazione e tu sapevi che non ti avrei mai lasciato da solo.

Se io sono un barista e alcuni scrivono libri che hanno segnato la letteratura mondiale un motivo c’è quindi in modo molto umile uso le parole di uno scrittore ben più bravo di me:

“Noi non apprezziamo il valore di ciò che abbiamo mentre lo godiamo; ma quando ci manca o lo abbiamo perduto, allora ne spremiamo il valore.”

Bancone del Morgante, Milano

 Ecco, mi sento esattamente in questa situazione, non perché non sia riuscito a capire il tuo valore ma perché adesso che non posso averti è tutto amplificato.

Mi mancano i tuoi silenzi, mi mancano le volte che abbiamo discusso, mi manca anche vederti da lontano e avere la sicurezza che ci sei.

Tu lo sai bene, sono un lettore e stare assieme in silenzio, leggendo un libro, mi piace tantissimo.

È un momento nostro perché attorno a noi brulica di persone, il brusio diventa fastidioso ma noi siamo chiusi nella nostra bolla.

Io leggo e tu mi guardi. Spesso ti parlo, ti sorrido e ancora più spesso ti fisso ragionando su quello che ho appena letto o sui vortici di nevrosi che mi attanagliano quando ci fa compagnia un bicchiere di Whisky.

Mi sa che questo bancone lo avete già visto

Tu lo sai meglio di chiunque altro che quando esagero con il bicchiere divento più nevrotico del solito, divento taciturno e riflessivo anche se il termine riflessivo non è del tutto giusto perché parlo con te, anche se non mi rispondi.

Ascolti ogni volta i discorsi che hai già sentito decide di volte e come un vero amico lasci parlare perché sai che ho solamente bisogno di sfogarmi.

Egocentricamente mi sto chiedendo se ti manco e se ci potessimo vedere te lo chiederei: “ti manco? Come stai senza di me? Hai trovato qualcun altro con cui passare le tue serate?”.

Non ci possiamo vedere e queste domande che ti vorrei fare le faccio a me stesso, ma tu sai benissimo che ti sto pensando anche se non ti parlo.

 

 L’unica cosa che mi fa stare meglio è che questa situazione, lo sappiamo entrambi, non potrà continuare per molto e quando ci rivedremo sarà come se non ci fossimo mai lasciati.

Ci sarà l’eccitamento della prima volta e la conoscenza reciproca dell’ultima.

Sappiamo quello che ci piace, conosciamo le debolezze di entrambi e le perversioni che ci attanagliano e sappiamo come farci stare meglio.

Sarà meraviglioso, lo so.

 

Gigio Out.

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