Monaci, erbe e liquori: lo Chartreuse.

By 10 Aprile 2019Prodotti

Amici di AmeAlBar bentornati al sito meno aggiornato della storia!

Mi sono svegliato stamattina con un leggero hangover da Jameson e mi sono chiesto “ma da quanto tempo è che non scrivo un pezzo?”.

La seconda cosa che mi sono chiesto era “mi sono rimasti dei Moment?”.

Superata l’ansia da medicinale salva vita mi è rimasta quella legata alla ortografia: dopo tanto tempo fermo ho il terrore di scrivere strafalcioni che Giurato scansate. Amen.

Ad ogni modo oggi vi vorrei parlare di un prodottino con cui mi sto divertendo molto dietro al bancone: signore e signori, lo Chartreuse!

Da qui in poi copia/incolla perché azzeccare tutte ste vocali in sto nome è n’inferno.

Lo Chartreuse è uno dei liquori più antichi che possiamo trovare sul mercato, ed ha delle caratteristiche uniche che lo differenziano di molto rispetto a tutto ciò che gli si può paragonare.

Questo prodotto è mooolto antico.

Roba che parliamo di secoli eh, mica brustolini: nacque infatti all’incirca verso il 1600 quando, grande classico intramontabile, degli amabili frati certosini annoiati dalla loro vita tutta pane e castità si diedero alla pazza gioia creando alcolici.

Nel monastero di questi frati si vede che esistevano molti spazi verdi. Questo lo deduciamo dal numero di erbe utilizzate per creare lo Chartreuse; ben 130!

Per trovare il giusto bilanciamento tra tutti questi ingredienti non mi immagino le migliaia di prove e conseguenti festini che ne sono scaturiti.

Bella la vita da monaco veh.

I monaci mentre tentanto di trovare un bilanciamento.

La vita dello Chartreuse è stata però anche abbastanza travagliata: negli anni i monaci si sono spostati, hanno traslocato un po’ qui e un po’ là ed hanno affinato le loro encomiabili capacità alcoliche.

Ad oggi il liquore verde speranza viene prodotto a Voiron, nelle prealpi francesi, e la cosa fantastica è che la ricetta originale la sanno tipo in due.

Roba che se cade un meteorite o mangiano qualcosa di sbagliato a cena siam tutti fregati.

Il sapore è qualcosa di unico: erbaceo da morire, lungo e persistente, come digestivo è una manna dal cielo (visto che siamo in tema).

E nei cocktail? Dà il meglio di sé.

Personalmente un consiglio spassionato che posso darvi, ma credo ci arriviate anche da soli senza problemi, è che lo Chartreuse debba essere usato con cautela.

In un drinketto io lo uso con il barspoon o con il mio misurino preferito: il suo tappo. Che corrisponde grossomodo a…boh, abbastanza.

Inoltre nei vari ricettari internazionali (scomodiamo le sigle più prestigiose come AIBES, IBA, ABI, AMBARABACICICOCO) troviamo un paio di cocktail con lo Chartreuse che sono buonissimissimi.

Il primo è il Last Word: bevanda con del carattere, dissetante e in cui il liquore dei nostri amati monaci viene fuori con eleganza.

Unite un buon London Dry Gin con lo Chartreuse, aggiungete un goccio di Maraschino (opterei per un Luxardo) e una parte di lime. Shakerate tutto e versate in coppetta.

Easy.

Le dosi esatte preferisco non darvele, nel magico mondo dell’internet ne trovate di varie, sta a voi trovare un giusto equilibrio tra la dolcezza del Maraschino e dello Chartreuse con l’acidità del lime.

Coraggio, se c’è l’han fatta dei monaci nel ‘600 dovreste farcela anche voi.

Il secondo drink (che tra l’altro mi ha fatto scoprire Andrea Camparmo una sera a Milano, grande amico e grande barman, ciao!) è il Bijou.

Imbibe ci insegna che per fare un buon Bijou vi occorre:

1 ½ oz di Gin

¾ oz di Chartreuse

1 oz Vermut dolce

2 dash di orange bitter

Tutto in mixing glass, una bella stirrata per dare diluizione e via di coppetta.

Un vero bijou.

Battuta squallida di chi non scrive da mesi ma la dovevo fare.

Dalle mie parte lo Chartreuse viene distribuito da Velier, ha un prezzo molto accessibile e come dicevo ci si può divertire molto usandolo come taglio in svariati drink!

Ora posso tornare a non scrivere per altri 3 mesi. Ottimo.

Scherzavo!

W lo Chartreuse, W i monaci alcolizzati e W il letargo da blogger!

Cheers!

AA

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