Negroni: la storia di un drink divenuto leggenda

By 19 Giugno 2017Cocktail

Una vera e propria pietra miliare della miscelazione. Un orgoglio tutto italiano che possiamo vantare nei confronti del mondo. Due dei migliori prodotti della penisola uniti in un solo bicchiere. Un aperitivo decisamente “aristocratico”. Dal colore rosso fuoco. Dalle botaniche del gin dotate di aromi e spezie lontane. Fetta d’arancia e scorsa di limone d’ordinanza… Di cosa sto parlando?

Beh, del mitico Negroni.

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Veloce disamina storica stile Alberto Angela:

Nascita = 1919

Luogo di nascita = Firenze, Caffè Casoni, via de’ Tornabuoni (ora c’è un bar di Cavalli, lo stilista, non ci sono ancora andato quindi piano con i giudizi!)

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Inventori = Fosco Scarselli (barman del locale sopracitato) e il mitico Conte Camillo Negroni (avventuriero, uomo di mondo, donnaiolo, bon vivant, schermidore, cavallerizzo, agiato rampollo ecceccecceccecc…)

Ingredienti = bitter, vermut, gin. Fine.

A riguardo della relazione tra lo Scarselli e il Negroni – Conte – pare doveroso riprendere le parole di Antonio Paolucci nella prefazione del libro “Negroni Cocktail, una leggenda italiana” di Luca Picchi (se lo vuoi, e so che lo vuoi, clicca qui): “Il rapporto che si instaura fra un barman e un cliente non è un rapporto comune […]. Un barman è una persona un po’ speciale: mediamente colto, aggiornato, informato, educato, elegante, conosce le lingue.  Ha nella mano un’arte in grado di cucire sul palato di ognuno un drink che calzi a pennello con i suoi gusti”.

E credo che sia proprio qui la chiave di volta per capire ed apprezzare in pieno questo meraviglioso drink.

Non è stato creato in un laboratorio segreto dentro ad un bunker. Non sono stati utilizzati ingredienti prodotti in Guatemala o in Mozambico. Non è stata utilizzata la tecnica fatwash o il throwing o la shakerata inversa . Non ci sono voluti mesi e mesi, consulenze tecniche, periti o chissà che diavolo.

Si è semplicemente ascoltato il cliente, nel caso specifico, uno che la sapeva anche abbastanza lunga.

Infatti la storia del Conte Cammillo Luigi Manfredo Maria Negroni (non è un refuso, all’anagrafe aveva proprio due M) è una sequela di vicende particolari, di viaggi inaspettati verso altri continenti, di lavori inusuali, di benessere e di ricchezze ma anche di grandi amicizie e di profonda modestia.

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Il Conte

Andava tutto benone per il nostro Cammillo: i voti alla scuola erano ok, la sua famiglia era ok, gli agi che lo contornavano erano ok, si andava a caccia quindi ok, ci si contornava di maggiordomi quindi ok, insomma, un generale ed enorme TUTTO OK.

Nobile fiorentino di nascita, decide di intraprendere la carriera militare, che appare fin da subito, però, un po’ troppo stretta e severa per la propria indole avventuriera.

Peccato che….un grosso problema si sollevò all’orizzonte.

Nemmeno maggiorenne sbagliò qualche calcolo balistico e mise incinta una propria “amica”.

Ai tempi l’unica soluzione per riparare al fattaccio era organizzare segretamente un “matrimonio riparatore”, cosa che comportò chissà quali angosce per il povero e giovine Cammillo.

Ma i casini purtroppo non finiscono qui: il figlio nasce (non viene riconosciuto inizialmente) la madre muore prematuramente, il Conte torna a casa con la coda tra le gambe e viene preso a sberle dal proprio patrigno. Peggio di così non gli poteva andare.

Tutta questa bad situation scombussola così tanto il Negroni che lo spinge a lanciarsi verso nuovi confini e nuovi orizzonti: decide infatti di imbarcarsi verso il Nuovo Mondo, l’Ammmmerica!

Di quello che ha combinato in terra USA non abbiamo molte notizie, ma è assodato che abbia iniziato come cowboy e addestratore di cavalli (…che ganzo il Conte…).

Dal profondo West si spostò poi verso la ben più borghese New York City, dove l’alba della mixology era già spuntata: Jerry Thomas, Henry Ramos, Harry Johnson erano infatti già in zona a miscelare cose e vedere gente (Nanni Moretti docet).

La frequentazione di localini alla portata di tutti come il Waldorf Astoria o il Knickerbocker Hotel, ha permesso al Conte di approfondire la conoscenza del “berebene” e di nuove tecniche di miscelazione che ancora tardavano ad approdare nella terra natia.

Ad inizio ‘900 il figliol prodigo trova moglie sempre nella florida America, si sistema, e decide di tornare in Italia per appianare i livori con la famiglia di origine.

Qui intraprende una vera e propria carriera da Dandy consumato: salotti, sigari, caffè, bastoni, tube e simpatiche signore che starnazzavano attorno.

Ma più di tutto, torna a bazzicare il suo locale preferito n°1, imbattibile e favorito rispetto ad ogni hotel cinque stelle lusso in cui ha bevuto in giro per il mondo: il Caffè Casoni.

Ed è proprio appoggiato al bancone sito in via de’Tornabuoni che il nostro amato Cammillo sussurra all’orecchio di Fosco Scarselli il fatto che si era un po’ rotto il c**** del suo semplice Americano, e che voleva dargli una spinta in più, dichiarando:  “Vecchia canaglia, non fare il taccagno e versaci dentro anche una bella dose di Gin” (probabilmente lo ha detto in maniera diversa, ma a me piace pensarla così).

Fosco si mette subito all’opera, prende gli ingredienti, li mescola bene, attende pazientemente che la diluizione faccia il suo corso, e prepara “l’Americano del Conte”.

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Due soggetti X a bancone e il nostro amato Fosco dietro a banco che prepara drink

Questo fare da Carbonai (attraverso cioè sussurri e segni celati) desta grande curiosità negli altri avventori del Caffè Casoni, tanto da creare un tam tam di domande ricorrenti per capire quale fosse la particolarità della richiesta alcolica del Conte Negroni.

Da “quello che prende lui”, passando poi  per un più preciso “Americano alla moda del Conte Negroni” si arriva finalmente ad un semplice e conciso “Negroni”.

Curiosità: se dovessimo mai fare una classifica alltime dei maestri dell’alcolismo, il Conte non sfigurerebbe davanti a delle pietre miliari come Hemingway o Bukowski: questo lo si può facilmente dedurre riprendendo i ricordi di Fosco Scarselli, dove sostiene che il nobile fiorentino fosse in grado di bere anche 40 negroni al giorno.

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Niente panico, anche in questo frangente ci viene in aiuto Luca Picchi, che ci illumina sostenendo che ai tempi questa tipologia di cocktail fosse servita in piccolissimi bicchieri da cordiale.

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Il Maestro Luca Picchi all’opera

Ciò non toglie che 40 bicchierini fanno una importante mole di alcool nel corpo!

Insomma…il Caffè Casoni diviene la culla del celebre cocktail, Firenze ne diventa la balia, l’Italia ne diverrà la madre. Ed il mondo può, ad oggi, sorseggiare una meravigliosa combinazione di sapori ineguagliabili.

Tra le altre cose, originariamente, nel Negroni era prevista anche una spruzzatina di soda all’interno.

Non è una bestemmia, anzi, magari era stata messa proprio per aprire ancora di più i sapori dei vari elementi attraverso qualche bollicina.

Le varianti di questo cocktail sono infinite: basti pensare allo Sbagliato a firma di Mirko Stocchetto al Bar Basso a Milano, dove in una serata piuttosto affollata sbagliò appunto prendendo una bottiglia di prosecco al posto del gin (come abbia potuto farlo, vista la forma molto diversa delle bottiglie, se lo stanno ancora chiedendo in tanti, però con questo errore il buon Mirko è passato alla storia).

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Il Bar Basso, meta di pellegrinaggio per gli adepti dello Sbagliato!

Oppure la versione che più piace al sottoscritto, ossia quel “NobilCocktail” che è il Boulevardier, inventato da Harry Mc Elhone all’Harry’s Bar di Parigi. Non si può però definirla come una vera e propria modifica, perché le date di “invenzione” dei due drink sono veramente molto ravvicinate.

Rimane il fatto che la combinazione bitter+vermut e bourbon americano rende la miscela ancora più dolcina, molto beverina e direi decisamente alcolica.

Altra differenza sostanziale tra Boulevardier e Negroni, e che viene sottolineata doverosamente anche da Fulvio Piccinino nel suo magnifico sito saperebere.it, è che il primo non deve essere servito in ghiaccio, ma rigorosamente in coppa.

Quindi direi che due ad aperitivo possono bastare ed avanzare.

Altra versione molto interessante: sostituire il classico gin con un altro distillato, a dir poco particolare: il mezcal.

Il tono affumicato dona al drink una marcia in più, a cui i vostri clienti non potranno dire di no.

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Qui potete osservare Daniele Losquadro, trainer Campari e Planet One, che ne prepara uno! L’aggettivo giusto è: orgasmico.

Sono convinto di una cosa: il Negroni rappresenta la quintessenza della “famiglia cocktail”, e (dopo averne bevuti un paio) sia in grado di farci riflettere sulle assonanze che questo drink riverbera al di fuori del contesto “bar”.

ATTENZIONE: MOMENTO DI PROFONDA FILOSOFIA.

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La vita è fatta di momenti dolci (vermut) e di momenti amari (bitter).

Solo con una giusta dose di coraggio (gin) possiamo affrontare questa grande sfida chiamata vita che ci si presenta ogni giorno davanti.

E con un po’ di pazienza (diluizione) arriveranno i risultati sperati (una bella sbronza nel caso di specie).

HEGEL SCANSATE.

A parte la filosofia in cui non sono mai stato molto bravo, volevo di nuovo sottolineare il grande ruolo che ha ricoperto il maestro Luca Picchi nella ricerca spasmodica di nuovi episodi e di nuove storie che contornano la figura quasi mitologica del Conte Camillo Negroni e della sua celebre bevuta preferita.

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Senza il suo libro “Negroni Cocktail, una leggenda italiana” non sarei mai riuscito a districarmi in questo articolo, e quindi ve lo consiglio vivamente: è una lettura veloce, simpatica e soprattutto molto ma molto interessante anche per i non esperti del settore.

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Beh, che dire, W Firenze, W Cammillo e W il Negroni!

A presto!

Cheers!

Ps: ho accennato alla creazione di Daniele Losquadro di una variante del Negroni con il mezcal, se volete rimanere aggiornati su quello che combina quel pazzoide di Dani e volete approfondire la vostra cultura alcolica, seguite BarLine su youtube! Qui il link!!

 

 

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